Trama:
Haddonfield, illinois durante la notte di Halloween il giovane Michael Myers stermina la sua famiglia risparmiando la sorellina e la madre.
Affetto da gravi disturbi mentali viene affidato al dottor Loomis che dopo anni di terapia rinuncia a qualsiasi recupero dell’ormai adulto Michael seppellendolo letteralmente in un istituto psichiatrico, terrorizzato dall’anima nera che si cela dietro la maschera che l’uomo porta perennemente sul volto.
Durante un trasferimento Myers fugge spinto da una furia omicida inarrestabile e torna nella casa dove è cresciuto in cerca della sorella perduta seminando cadaveri dietro di sè, mentre la notte delle streghe si avvicina.
Recensione:
Halloween rappresenta per molti appassionati un cult inarrivabile, e per il regista Rob Zombie (la casa dei mille corpi) cresciuto ad horror e hard rock si presenta come una notevole sfida che in questo caso lascia un po’ perplessi.
Il film di Carpenter è a tutti gli effetti il capostipite dei cosiddetti slasher movies, film in cui un maniaco terrorizza e uccide le vittime di turno con l’ausilio di armi da taglio e nei modi più fantasiosi e bizzarri possibili.
Carpenter con solo trecentomila dollari realizzò quello che ad oggi è uno dei film indipendenti più redditizi della storia del cinema ed ha trasformato Michael Myers in una vera e propria icona del cinema horror e, insieme a Jason Voorish (venerdì 13) e Freddie Krueger (nightmare) è oggetto di culto tra giovani e meno giovani fan.
Il progetto di un remake era nell’aria da qualche anno, ma giustamente la fase produttiva ha subito rallentamenti dovuti alla difficile scelta del regista cui affidare la patata bollente.
In un periodo in cui i rifacimenti stanno superando i sequel, e dove la moda del prequel, cioè di tornare alle origini di personaggi storici è inarrestabile, i prodotti sfornati dalle major in cerca di facili incassi sono di qualità altalenante, vanno dai riusciti “non aprite quella porta” e “le colline hanno gli occhi” a prodotti dal look alquanto discutibile come “la maschera di cera” remake del classico con Vincent Price.
Halloween: the beginning diventa un ibrido che miscela le origini ed i due primi episodi
dell’interminabile saga, scavando nella psiche di Michael Myers svelandoci i retroscena di un’infanzia fino ad oggi avvolta nella nebbia.
Purtroppo questo eccessivo svelare, diventa il punto debole di un’operazione che poteva risultare vincente, Zombie dona al film il suo look anni ’70 che ormai è un marchio di fabbrica, ma è come intimorito dal prototipo e pecca di eccessiva prudenza.
La parte più debole del film è il prologo che ci svela le manie omicide del piccolo Myers, con i classici stereotipi che tratteggiano la personalità borderline del piccolo Serial-killer in erba, prima fra tutte la violenza su piccoli animali con tanto di istantanee ad immortalarne le gesta.
Ed è qui che il mito dell’ombra, come veniva chiamato da Carpenter, si infrange su una umanizzazione che lo spoglia da tutti i clichè sovrannaturali che ogni spettatore aveva cucito addosso al mostro.
Si perchè per diventare icone di questo genere di film l’assassino di turno deve trascendere la propria umanità e diventare una macchina omicida immortale,come già successe per Jason Voorish di Venerdì 13, anche Michael Myers ha dovuto abbandonare la sua umanità per sposare l’idea di un killer dalla connotazione diabolica così da poter generare un vero e proprio filone fatto di morti e resurrezioni.
Il mitico Freddy Krueger demone che si ciba di incubi nel Nightmare di Craven è stato facilitato nell’impresa, visto che il suo personaggio è già immortale e quindi immune ad una morte di volta in volta inflittagli solo in apparenza.
Jason e Michael hanno dovuto, invece, attraverso una trasformazione che ha occupato qualche episodio delle rispettive saghe, abbandonare la connotazione di semplice killer per trasformarsi in demoni dalla palese provenienza ultra-terrena.
Quindi il film di Rob Zombie snatura il mistero che avvolgeva il nostro killer, anche se
Qualcuno potrà obiettare adducendo che Carpenter con lo svelare i connotati del killer nel finale dell’originale abbia voluto banalizzare le origini del male attraverso la normalità di un volto fin troppo anonimo, ma non dimentichiamo il personaggio del dottor Loomis che catalizzando le emozioni di noi spettatori trasforma Myers in un essere demoniaco e vuoto, un foglio bianco su cui il male può esprimersi liberamente.
Il regista sceglie per questo remake un buon cast, tra cui spiccano Malcom McDowell (il dottor Loomis) mitico protagonista di Arancia meccanica, che si discosta molto dal Loomis dell’originale interpretato dal compianto Donald Pleasence.
Lo psichiatra di Mcdowell è a volte eccessivamente paterno nei confronti di Myers, mentre Pleasence scelse di tratteggiare un personaggio spaventato dal male, in alcuni casi pronto ad uccidere per liberarsi di quell’incubo senza volto.
Brad Dourif, ormai un ospite fisso di molte produzioni horror, interpreta lo sceriffo Brackett, la moglie di Zombie, già vista nelle precedenti pellicole del regista, qui impersona la madre di Michael, da sottolineare la buona prova della giovane scout-Taylor Compton nella difficile impresa di interpretare la baby-sitter Laurie Strode, che nell’originale era interpretata dall’allora reginetta degli horror Jamie-Lee Curtis (true lies, una poltrona per due).
Quindi se vogliamo visivamente Questo film segue fedelmente le origini del mito, ma nel volersi appropriare del personaggio senza osare più di tanto lo banalizza, e la pellicola ne esce spenta, atona.
Un omaggio ad un cult con un look next-gen, appetibile per un nuovo pubblico?
Forse si, considerando la pessima serie di sequel propinataci nel corso di questi venti e più anni, una cosa bisogna dire, che a parte tutti i difetti, l’attenzione e il rispetto per un cult che ha terrorizzato un’intera generazione non sono mancati in questo remake
riuscito a metà.
Pietro Ferraro
voto: 6/10 




