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Cultura.it (10 non letti)

  • L’ arte contemporanea e le sue mille forme

    Pubblicato: luglio 23, 2008, 1:17pm CEST da info

    DuchampStabilire il confine tra ciò che è o non è arte è una questione che ha tormentato molti, dagli storici dell’arte, ai critici, ad un qualunque amatore. A partire dall’arte concettuale di Duchamp e dal valore aggiunto dell’artista che diventa arte stessa, si arriva fino ad oggetti e procedimenti come la body art e il tatuaggio. Sulla via che separa la Vergine delle Rocce dalla copertina del Sgt. Pepper’s si sono perse tante cose, ma altre se ne sono guadagnate, a seconda dei punti di vista. E se oggi è quasi universale riconoscere l’arte in un modello haute-couture di Oscar de la Renta, non è altrettanto universale riconoscerla in una hit commerciale che diventerà il tormentone dell’estate. Forse il concetto cardine oggi è proprio questo: non vale più che la musica, la pittura, la scultura o la danza siano arti di per sè, ma solo certi tipi e certi generi lo sono. Quando si va al balletto a teatro, quasi sempre si prova il senso di bellezza e di meraviglia tipico del trovarsi al cospetto dell’arte; di certo non si prova la stessa cosa di fronte allo stacchetto della velina. Eppure entrambe le professoniste sono dette ballerine, ed entrambi i procedimenti sono una danza. Wikipedia definisce l’arte in modo abbastanza esaustivo: “L’arte, nel suo significato più ampio, comprende ogni attività umana - svolta singolarmente o collettivamente - che, poggiando su accorgimenti tecnici, abilità innate e norme comportamentali derivanti dallo studio e dall’esperienza, porta a forme creative di espressione estetica.“ma è sicuramente più “artistica” la deifinizione che ne da Alexandre Dumas: “L’arte ha bisogno o di solitudine, o di miseria, o di passione. È un fiore di roccia che richiede il vento aspro e il terreno rude.“. Poi ci sono le contaminazioni: non c’è niente di più meraviglioso di due elevate forme artistiche che si intersecano dando vigore l’una all’altra.

    Il libro Artmix. Flussi tra arte, architettura, cinema, design, moda, musica e televisione di Germano Celant (in vendita sul sito Feltrinelli a 22 euro http://www.lafeltrinelli.it/products/9788807104312.html) prende in esame le più diverse forme espressive dell’arte contemporanea: discipline come il bodydesign, la moda, la danza, il video, il disco, il tatuaggio. All’interno del libro l’arte viene vista come una contaminazione tra i diversi linguaggi, tecniche e materie. Il museo viene analizzato nella sua concezione più moderna: non più statica cornice funzionale alla presentazione delle opere e all’ammirazione passiva dei visitatori, ma luogo interattivo e di spettacolo, dove in alcuni casi l’opera d’arte è costituita da una performance. Anche l’architettura nel mondo contemporaneo ha cambiato volto, complici, tra l’altro, le nuove tecnologie virtuali. Artmix si presenta quindi come un testo ad uso e consumo di tutti coloro che sanno o vogliono apprezzare l’arte del nostro tempo, la cultura in cui viviamo e che per questo motivo vale la pena di conoscere.

    Laura Losi

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  • Beatles: nuova mostra e esordio di Pete Best

    Pubblicato: luglio 19, 2008, 12:50pm CEST da info

    Il ‘68, anno mitico sotto diversi punti di vista, viene celebrato nel suo quarantesimo anniversario con la mostra Beatles ‘68, che individua nei Fab Four il punto di riferimento ideale per raccontare questo periodo straordinario.

    beatles-abbeyroad.jpgLo spaccato sui Beatles nel ‘68 individua quattro aspetti fondamentali del loro percorso artistico in quell’anno: il rapporto con l’India attraverso il viaggio e l’incontro con Maharishi Mahesh Yogi; il lancio della casa discografica Apple corrispondente al nascere dei primi progetti individuali; il White Album; lo stringersi del rapporto col cinema iniziato alla fine del ‘67 con Magical Mystery Tour.

    In mostra sono esposte immagini, spartiti, copertine di dischi, riviste, libri, locandine, rarità autografate e reperti audio video poco conosciuti o inediti. I pezzi sono quattromila e sono forniti da Umberto Buttafava, massimo collezionista italiano dei Beatles. Il focus è sulla globalità dell’universo Beatles, inteso non solo dal punto di vista della carriera musicale ma anche nella sua dimensione artistica e sociale.

    Beatles ‘68 sarà curata da Umberto Buttafava e dal critico musicale Enzo Gentile, i quali si sono occupati anche della mostra Arrivano i Beatles, tenutasi ad Aosta nei mesi scorsi. L’allestimento è invece curato da Nicola Marras. La mostra avrà luogo allo Spazio Oberdan di Milano fino al 14 settembre 2008.

    Se la mostra Beatles ‘68 rende omaggio ad un anno che ha visto i Fab Four restare saldamente ancorati sulle vette più alto della celebrità dove già stanziavano da tempo, una notizia degli ultimi giorni riporta alla ribalta un personaggio che avrebbe potuto essere della partita, ma che invece è finito nell’ombra.

    Pete Best è stato definito da molti uno dei musicisti più sfortunati di tuttti i tempi; fu il primissimo batterista dei Beatles, licenziato appena prima dell’uscita di Love me do, singolo di debutto dei Fab Four.

    Pare che la sostituzione di Pete Best con Ringo Starr fosse dovuta ad incompatibilità caratteriali, anche se la scusa ufficiale utilizzata dal gruppo e dal manager fu l’insufficiente abilità tecnica.

    All’epoca i fan non furono molto contenti del “cambio”: in particolare il pubblico femminile non apprezzò la sostituzione dell’affascinante Pete con il decisamente meno attraente Ringo.

    Oggi Pete Best, conosciuto come “il quinto Beatles”, dopo aver probabilmente passato gli ultimi decenni a mangiarsi le mani, torna agli onori della cronaca alla tenera età di 67 anni con un album di esordio, Hayman’s Green, che uscirà il 16 di settembre. Per chi volesse sapere che fine aveva fatto, la sua storia è pubblicata sul suo sito ufficiale (www.petebest.com).

    Varie informazioni sui Beatles si possono invece trovare su questo sito (www.pepperland.it).

    Laura Losi
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  • Manti Reali a Corte

    Pubblicato: luglio 3, 2008, 8:42pm CEST da info

    Manti Reali a Corte. Dal corredo della Regina Maria Josè di Savoia: mostra a Venaria Reale.

    Dal 1 luglio al 3 novembre 2008 presso la Galleria Grande della Reggia di Venaria Reale si terrà la mostra Manti Reali a Corte. Dal corredo della Regina Maria Josè di Savoia. La mostra è promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, dalla Regione Piemonte e dalla Fondazione Umberto II e Maria José di Savoia che ha messo a disposizione i capi in esposizione.

    Saranno esposti al pubblico alcuni dei sontuosi indumenti appartenenti alla Regina, abiti che l’hanno accompagnata nella sua ricca e variegata vita sociale; parliamo dei manti reali, appunto, ma anche abiti da corte e da gran sera, alcuni dei quali sono diventati celebri a seguito delle importanti occasioni in cui sono stati indossati.

    Tutti questi capi, al di là della loro ricchezza e bellezza, sono preziose testimonianze per la storia della moda e nello specifico rivelano lo stile dell’altissima aristocrazia degli anni Trenta sia nella linea, sia nelle fantasie, sia nella scelta dei tessuti.

    Tra i manti più celebri vi è il manto in avorio rosato della sartoria Buonanno di Napoli, indossato dalla principessa del Piemonte per il battesimo della primogenita Maria Pia, per il battesimo del principe Vittorio Emanuele e per la proclamazione di Papa Pio XII in Vaticano. Tra gli abiti più belli e famosi vi è quello indossato in occasione dell’ostensione della Sacra Sindone nel 1931, uno splendido vestito di raso di seta nero. In mostra anche il velo da sposa della principessa, confezionato dalle ricamatrici di Bruges.

    Maria Josè di Sassonia Coburgo Gotha, terzogenita di Alberto I Re dei Belgi e della Principessa Reale di Baviera Elisabetta di Wittelsbach, fu la terza Regina d’Italia come moglie di Umberto Principe del Piemonte. I due si sposarono l’8 gennaio del 1930 nella cappella Paolina del Quirinale. Dal matrimonio nasceranno Maria Pia (1934), Vittorio Emanuele (1937), Maria Gabriella (1940) e Maria Beatrice (1943).

    La principessa fu sempre molto impegnata intellettualmente: il suo salotto letterario del Quirinale era frequentato da Monteverdi, Casella Accademico d’Italia, Benedetto Michelangeli, Tito Aprea, Benedetto Croce, Gabriele d’Annunzio, Arturo Toscanini, Elio Vittorini e tanti altri intellettuali e pensatori dell’epoca. Insofferente alle chiusure del regime fascista, durante la guerra compì numerosi viaggi per la Croce Rossa sui diversi fronti di guerra in Africa. Dopo esser stata costretta a lasciare Roma negli ultimi anni della guerra, fece ritorno in Italia nel 1946 e fu incoronata Regina d’Italia dopo l’abdicazione di Vittorio Emanuele III. Morì a Ginevra il 27 gennaio del 2001.

    Oggi la donna e la regina rivivono in questi abiti meravigliosi, in rappresentanza di un’epoca che ancora di può definire “memoria” anzichè storia.

    Per informazioni e prenotazioni della mostra Manti Reali a Corte. Dal corredo della Regina Maria Josè di Savoia:
    tel. +39 011 4992333

    Laura Losi

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  • I Futuristi a Dosso Casina

    Pubblicato: giugno 29, 2008, 3:58pm CEST da info

    BoccioniDipinti di Balla e Boccioni e lettere futuriste di Marinetti alla mostra sui futuristi dal 12 luglio a Riva del Garda.

    La mostra, intitolata ‘I Futuristi a Dosso Casina. Documenti di frontiera‘, è stata allestita al museo di Riva del Garda, Trentino e ricostruisce la storia del Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti Automobilisti, un’unità para-militare creata a Milano nel 1915. I primi a farne parte furono Boccioni, Bucci, Funi, Marinetti e Sant’Elia, tutti appartenenti al movimento futurista.

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  • Luccioli - Disegni - MONTEPULCIANO (SI)

    Pubblicato: giugno 25, 2008, 12:33pm CEST da info

    “L’arte è armonia. Armonia significa analogia dei contrari, analogia

    degli elementi similari, di tono, colore, linea, considerati

    in rapporto alla loro dominante e sotto l’influenza della luce,

    in combinazioni che esprimono gioia, serenità, dolore.”

    Georges Pierre Seurat

     

    Nei disegni di Massimo Luccioli si ritrovano, in una ridda turbinosa, tutti gli elementi costitutivi del ritmo. A formarlo concorrono due soli elementi, il segno ed il graffio, ogni reazione muore sotto quel furioso assalto. Poiché il nero è non-luce, si colora delle reazioni del segno e la sua dominante è perciò la sequenzialità.

    I disegni dello scultore conferiscono, per così dire, un nuovo significato all’idea che possiamo avere della purezza, della fluidità e della freschezza. I suoi segni, nella veste ieratica che non potevano non assumere dato il concetto che l’artista ha dell’arte, sembrano inseguirsi in un modo così definitivo e così rivelatore delle loro carattereristiche, che sembrano fissare non già un istante nella durata, ma la funzione stessa degli uomini nella loro esistenza quotidiana. Così, non appena ci si accosta criticamente ad una tale arte, se ne tocca immediatamente l’essenza.

    Se l’immaginazione dell’artista è la facoltà di reagire con un’immagine all’impatto del mondo visibile sulla sua sensibilità, Luccioli deve essere dotato di un’immaginazione molto acuta per potersi sedere davanti a qualunque luogo o cosa che tanti altri hanno rappresentato prima di lui, senza che la loro definizione si sostituisca nemmeno per un istante alla sua visione.

    Le invenzioni dell’artista appartengono realmente alla categoria dell’architettura dell’armonia per l’equilibrio, la nudità, la solidità: esse esaltano soprattutto la voluttuosa lentezza con cui sfugge gli sguardi il tempo, spezzando il cielo, per raggiungere inflessibile il proprio scopo imperioso; celebrare il trascorrere coi suoi duri limiti.

    Ma non basta che uno scultore riveli una concezione, come non basta che la proponga in segni di sua invenzione, curve o rette: occorre anche che quei segni, perché noi ci sentiamo attratti a decifrarli, commuovano innanzitutto il nostro occhio attraverso l’azione sensuale dei bianchi e dei neri, o dell’incidere del segno e del graffio, che li rendono visibili.

    Le relazioni tra questi elementi direttamente sensibili sono quelli che i tecnici chiamano rapporti. Esse sono analogie di simili (affinità di un certo bianco per un certo altro bianco, di un certo nero per un certo nero), oppure analogie di contrari (affinità di un certo bianco per un certo nero). Tali analogie o affinità presentano gradazioni che possono impressionare la nostra retina, e conoscere tali gradazioni significa essere anche pittori. Vi sono molti pittori, vi sono cioè molti tecnici capaci di interessare i sensi per mezzo di macchie felicemente scelte, ma essi non sono necessariamente inventori di umanità. Sarà dunque vano lodare in un artista solo quei rapporti: essi infatti non possono essere il suo fine, ma solo la strada necessaria del suo pensiero verso di noi che egli ci invita a ripercorrere verso di lui.

    I rapporti di Massimo Luccioli sono vie dirette, dall’emozione dell’occhio a quella del cuore. Inquietudine delle forme in movimento. L’artista si rivela ai nostri occhi incantati come iconografo di un’epoca. Col tenero rigore della sua architettura giunge a qualcosa che è al di là del pittoresco: un metapittoresco, la cui essenza resta al di fuori della notazione aneddotica, senza rinunciare al suo senso delle modulazioni e soprattutto senza operare un ritorno all’arte dei musei; sa trovare d’istinto forme spoglie e pure quanto quelle dei primitivi.

    Della luce che disgrega gli oggetti sino a renderli trasparenti l’artista si serve invece per fissare le forme nell’impasto delle carte preparate ad olio, con ciò egli torna ad integrare la pittura nel suo vero campo, egli impone alle forme un limite che è dato dal foglio, dalla superficie. Più una composizione è grande, e più deve avvicinarsi nell’aspetto all’affresco primitivo, di cui costituisce una versione ridotta. E l’affresco ammette soltanto il suggerimento della profondità: una profondità relativa, dunque, più propria a soddisfare lo spirito che i piedi dello spettatore, che è finita per diventare la più tenace preoccupazione di molti artisti. Luccioli giunge a mantenere fedele la sua composizione alla superficie che è destinato a disegnare, a graffiare. Egli veste in qualche modo il nudo spazio con la sua composizione: un meccanismo plastico che imprime un moto di vita misurata che lascia ondeggiare dolcemente i segni.

    Nonostante la sua opera non sia vasta, è uno degli artisti di una generazione che si è mossa alla ricerca di un’arte spiritualmente e materialmente durevole: materialmente, per la subordinazione del colore perituro alla forma che sopravvive a tutte le alterazioni del pigmento; spiritualmente, per la mirabile operazione di rifusione del mondo nel crogiolo dell’immaginazione.

    Massimo Luccioli ci appare chimico del tono, uomo delle pazienti analisi e dei dosaggi; è poeta sensibile all’incanto dell’involucro, alla carezza delle penombre, a quella specie di nebbia psichica in cui vede ovattati i viventi; ed è infine stilista, inquieto ricercatore di quella geometria segreta, di rette, curve, spirali e arabeschi che, imponendo alle forme un ritmo ed una cadenza, ce le fanno sembrare più misteriosamente belle. 

    Siamo all’espressione pura, nel campo di una magica irrealtà che conserva intatto l’incantesimo dei sogni più delicati, lo spirito e la sensibilità della cosa vista, ma che non lascia niente al caso o al capriccio.

    La cosa più notevole dell’artista non è di avere scelto questo o quel procedimento, ma di avere avvertito con tanta precisione che era necessario imporsi delle costrizioni. Perseguita l’idea di “combinazione” e di “improvvisazione”, trasmette delle illuminazioni estetiche, dei ritrovati tecnici di fondamentale interesse. È tra quei scultori che alla fine del ventesimo secolo cercano di liberare la scultura dalla costrizione del soggetto e dall’imitazione servile, di far sentire il potere dei volumi, di innalzare la natura ad una espressione nuova, ad effetti inattesi.

    Elemento dominante nella sua opera è in sostanza l’idea che all’origine di ogni sensazione di armonia sia nell’ordine plastico (architettura, disegno, pittura, scultura) sia nell’ordine musicale (musica, poesia) esistono “numeri” la cui applicazione non ammette il caso. L’armonia non è altro che un felice rapporto di tre numeri fra loro. Se si resta nei limiti delle possibilità accessibili all’intelligenza — e come è possibile non restarvi? —, ci si trova condannati senza appello a riconoscere determinate verità aritmetiche ineluttabili, a riconoscerle ed a subirle; si tratti della maggiore o minore quantità di luce che può essere riflessa da un volume; si tratti dei rapporti che intercorrono fra due colori (i quali colori non sono altro che il risultato sulla retina di determinate vibrazioni di cui si può arrivare a stabilire il numero);  si tratti dei dialoghi che si scambiano le linee secondo la loro rispettiva lunghezza e la loro direzione, ogni cosa si riduce in ultima analisi a “numeri”, a cifre che ha senso esaminare soltanto come insiemi, gli uni in relazione con gli altri. Essi portano in se stessi i risultati che genereranno la fantasia e l’ispirazione, non possono nulla contro il diamante dei numeri. E solo i risultati partoriti da equazioni ben impostate sono in grado di fornire a colpo sicuro all’occhio, al cuore, allo spirito una sensazione di soddisfazione completa, quasi animalesca: una sensazione di armonia.

    Tali sono, per quanto è possibile riassumerle in un modo che a questo punto diventa semplicistico, le preoccupazioni che Luccioli formula in modo più o meno preciso, ma che nel suo pensiero si svolge con estrema chiarezza. La ricerca proprio di quelle leggi geometriche, leggi di un universo in cui l’ispirazione è condotta, guidata e tenuta a freno da numeri e cifre.

    Si tratta delle formule perenni dell’armonia, dell’equilibrio e della bellezza, vere all’epoca degli assiri e dei greci, e rinnovate forse perché si potessero adattare ad un nuovo mondo scientifico. Prevalgono le stesse leggi della vibrazione della luce, le linee di forza ed i loro valori, insieme alla linea nelle sue molteplici forme rette o curve, con le sue innumerevoli figure geometriche: piani e volumi.

    Egli certo non le ha inventate: si ritrovano all’origine di tutta la filosofia antica, da Pitagora a Fiatone, il che in pratica è quanto dire all’origine di tutta la cultura occidentale. Ma che dico: le si trova applicate in modo lampante in tutti i monumenti, ivi compresi, ed in prima linea, quelli dell’antico Egitto. Ed è noto quale prestigio quasi soprannaturale ne traessero i “muratori” del tempio di Salomone. Queste leggi dei numeri, leggi la cui conoscenza dispensava a coloro che le padroneggiavano il potere di creare quell’imponderabile divino che è l’armonia, furono presentite dai poeti (e qui bisogna dare a questo termine il senso artistico di “creatori”) fin dai primi fremiti del pensiero umano.

    Comunque, per quanto alcuni dei suoi metodi possono essere scientifici, e per quanto alcune delle sue ricerche possono essere astratte, Luccioli è essenzialmente un artista nel più ampio significato del termine, e tale, rimane: un artista di profonda ispirazione, sensibile ed emotivo, che sa reagire a stimoli imponderabili, nascosti e sconosciuti ai più, e resta un poeta della luce.

    I suoi disegni comunicano sensazioni simili a ciò che si prova udendo una sinfonia. Nell’apprezzare la sintesi piena dell’insieme, si comprende allo stesso tempo il valore di ogni distinto segno e graffio come energia peculiare del suono, come se fossero degli elementi orchestrali.

    Per Massimo Luccioli il disegno è  l’atto fondatore della sua stessa scultura; lo strumento mentale più efficace di una ricerca incessante volta a scavare nell’oggetto fino a catturarne l’essenza.

    Tentativo che l’artista definisce immancabilmente fallito, ma che ai nostri occhi appare come un miracoloso labirinto di linee nervose e contorte, incerte tra la distruzione del pieno e la costruzione del vuoto.

    Di fronte alle sue sculture si rimane assenti, senza un perché. Resta quell’idea, per me ben fissa nella testa, che il suo modo di disegnare è unico, vede l’aria sui fogli, la necessità di disegnare il ritratto dello spazio lo tiene sveglio. Disegna l’aria sulla  carta, ma poiché tra le sue dita c’è una matita a mina dura, quell’aria diventa uno spazio. Guarda l’aria, ne trae profitto, infila nella memoria quei dati, e li tiene stretti perché non si perdano. I poeti hanno sempre fatto così.

    La memoria fa conversazione con lui: e lui disegna, traccia.

    La grazia di un artista ha a che fare con la sua bravura? Può esserle parente?

    Il risultato è non tanto la fragilità di quel segno, che spesso è attraversato da altri segni, ma le correnti d’aria che danno all’interno dei suoi fogli la leggerezza più resistente che si è mai vista: ma la sottigliezza inventata da Luccioli ha un altro spessore. Non è classica, non è greca. L’artista nei disegni ha inventato dei fantasmi resistenti alla storia, al racconto, fantasmi con i quali possiamo fare conversazione.

    Roberto Savi

    Mostra:                           “Luccioli, Disegni”
    Luogo:                            Galleria di Palazzo Bellarmino, Montepulciano, Siena, Toscana
    Inaugurazione:                 Sabato 5 Luglio 2008, ore 18,00
    Periodo:                          5 Luglio – 3 Agosto 2008
    Orario:                            Dal LUN. al SAB. 9,30 – 13,00 / 15,00 – 18,00;
                                           DOM. su appuntamento
    Ingresso:                         Gratuito
    Artista:                           Massimo Luccioli
    Genere:                           Disegno, Arte Contemporanea
    Curatore:                        Roberto Savi
    Catalogo:                        Thesan & Turan
    Organizzazione:              Thesan & Turan

    Informazioni:                  
    Thesan & Turan, Tel. 0578717007, Fax. 0578717298

    E-mail. info@thesaneturan.it, Website. [www.thesaneturan.it]

    Roberto Savi: robertosavi@yahoo.it

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  • Un’opera d’arte mortale

    Pubblicato: giugno 23, 2008, 11:10am CEST da info

    ARTE - Shelley JacksonCome può essere definito un progetto artistico che va al di là del supporto visivo, che sfugge alla sua oggettiva realizzazione in un preciso spazio geografico e temporale, che è in corso di realizzazione da circa cinque anni diramandosi in migliaia di sedi fisiche nel mondo, e che una volta concluso è destinato a morire come qualsiasi organismo vivente?
    Shelley Jackson, che sta facendo tatuare le 2095 parole di un suo testo letterario su altrettanti volontari sparsi in varie parti del globo definisce il suo progetto “un’opera d’arte mortale“. E forse la definizione calza alla perfezione.

     Diventa una parola… e sarai un’Opera d’Arte mortale.

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  • Matilde e il suo Monastero a Sant’Ambrogio

    Pubblicato: giugno 23, 2008, 11:05am CEST da info

    San Benedetto (PO) dal 31-08-2008 al 08-12-2008
    L’ABBAZIA DI MATILDE
    Arte e storia in un grande monastero
    dell’Europa Benedettina (1007-2007)
    San Benedetto Po, 31 agosto – 8 dicembre 2008
    a cura di Paolo Golinelli

    Comunicato Stampa
    Ulteriori informazioni ed immagini: www.studioesseci.net

    La mostra, allestita in occasione della ricorrenza del MILLENARIO POLIRONIANO, intende ripercorre i momenti salienti della vicenda storica, culturale, artistica ed economica del monastero, fondato nel 1007 da Tedaldo, nonno della Contessa Matilde di Canossa, e da lei scelto come luogo della propria sepoltura, da identificare nella cappella di Santa Maria, con lo straordinario mosaico pavimentale.
    Obiettivo della mostra è recuperare ed esporre (alcuni per la prima volta) oggetti dispersi, già appartenuti alla grande abbazia benedettina, insieme ad altri più noti, per mostrare l’importanza e la grandezza del monastero di Polirone nel millenario della sua fondazione, con particolare attenzione ad alcuni aspetti e momenti significativi della sua storia: il periodo delle origini e di Matilde di Canossa (di cui si espongono alcuni ritratti inediti), con l’importante scriptorium; il Cinquecento con l’attività di Correggio, Bonsignori, Giulio Romano e le grandiose tele d’altare, alcune delle quali qui recuperate per la prima volta; il Sei-Settecento con la grande proprietà fondiaria, e le opere di bonifica visibili nella cartografia storica, incentrata sul corso del fiume Po. Una sezione finale inserisce l’abbazia di Polirone all’interno di un contesto europeo di fondazioni monastiche dovute a Matilde e alla dinastia dei Canossa.
    La scelta dei materiali ha privilegiato da un lato gli oggetti più significativi, dall’altro quelli meno conosciuti e inediti, studiati qui per la prima volta. A monte dell’esposizione vi sono ricerche originali sia di carattere storico (legate alla grande Storia di San Benedetto Polirone, ed Pàtron, Bologna), che artistico, che archivistiche, con la scoperta di mappe e documenti. La quantità è volutamente limitata (poco più di un centinaio), per consentire una lettura chiara della mostra in un tempo ragionevole.
    Alla mostra si innestano visite strutturate alla basilica abbaziale e al complesso monastico, giunto a noi sostanzialmente nella sua dimensione cinquecentesca, (i tre chiostri, la sala del capitolo, lo scriptorium, l’orto botanico), e illustrato appositamente con didascalie, e la disponibilità di guide specificatamente preparate per i diversi tipi di utenza.
    La mostra è allestita nello storico Refettorio Grande dell’antica abbazia benedettina (sec. XV). La visita sarà illustrata da essenziali ma chiare didascalie, da un giornale della mostra e da un catalogo di 240 pagine, con saggi sulle diverse sezioni e una schedatura analitica dei materiali esposti. Ad opera dei maggiori esperti dei vari settori.
    Il curatore della mostra, Paolo Golinelli (Mirandola, 1947), è professore associato di Storia medievale all’Università degli Studi di Verona; dirige da anni la grande Storia di San Benedetto Polirone, ed è riconosciuto a livello internazionale tra i massimi esperti di Matilde di Canossa: il suo libro, Matilde e i Canossa, ha visto diverse edizioni (l’ultima: Milano, Mursia, 2007) e una traduzione tedesca; ampia risonanza hanno avuto il volume I Mille volti di Matilde, da lui curato per le edizioni Motta nel 2003, e l’edizione (con trascrizione, traduzione e note) della Vita di Matilde di Canossa, di Donizone, pubblicata col facsimile del codice Vaticano Latino 4922 da Belser Verlag di Zurigo e Jaca Book di Milano nel 1984 e 1987, di cui attualmente è in corso una nuova edizione.
    La mostra si avvale di un Comitato Scientifico, costituito da rappresentanti delle maggiori istituzioni culturali mantovane e da esperti dei vari settori presi in esame, e della collaborazione dell’Amministrazione Comunale, della Parrocchia e delle Associazioni Culturali di San Benedetto Po.
    In concomitanza con “L’abbazia di Matilde. Arte e storia in un grande monastero dell’Europa Benedettina (1007 – 2007)” allestita a San Benedetto Po, a Mantova, in Casa del Mantegna, è in programma la mostra “Matilde da Canossa, il Papato, l’Impero”, promossa dalla Provincia di Mantova e curata da Renata Salvatori e Liana Castelfranchi.
    Info ulteriori sulla mostra di San Benedetto in Polirone: www.millenariopolironiano.it
    Info ulteriori sulla mostra di Mantova: www.provincia.mantova.it

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  • IL MAN… MUSEO D’AUTORE

    Pubblicato: giugno 14, 2008, 12:49pm CEST da info

    Sto seguendo il lungo strascico polemico derivante dal progetto di ampliamento dell’ingresso del Man, cui si accederebbe da una mega apertura ariosa e moderna che modificherà una vecchia facciata con aperture prima nella norma armonizzate nella piazza S. Satta, realizzata da Costantino Nivola.
    Ciò si farebbe in nome di un grande innegabile successo di azione a favore dell’arte, ottenuto dallo stesso Man e per una migliore fruizione dello stesso museo, che ha il diritto di essere ingrandito e reso più fruibile, però mi domando: “se il Man, su vecchie dignitose strutture, a suo tempo sapientemente adattate senza ritoccare l’esterno, ha riscosso grande favore tanto da quintuplicare in un decennio il numero di visitatori, è proprio necessario un appariscente mega ingresso creato a discapito di una facciata modesta di architettura domestica sarda, così voluta da Nivola, compromettendo, forse definitivamente, l’armoniosa visione d’insieme della piazza e turbandone il suo spirito?”
    Suggerisco un’altra idea, sempre per una migliore fruibilità del museo: se non è possibile spostare l’ingresso, o rivalutare quello esistente si lasci la facciata com’è, ma sorprendiamo il visitatore facendogli trovare all’interno, subito dopo un ingresso normale e adeguato, un arioso, ben illuminato, e accogliente comodo atrio, come se le sale del museo Man, fossero il seguito magico della piazza.
    Ciò sarebbe veramente una soluzione di grande dignità perché gli attribuirebbe un pregio in più, e insieme un atto di rispettoso omaggio verso un artista che con la semplice, silenziosa e statica ambientazione in cui ha voluto ricordare il poeta inserendo nel granito le mini sculture bronzee, ha anche voluto nobilitare non “cristallizzare” quell’architettura domestica cui, per certe problematiche decorative si ispirò lo stesso grande Le Corbusier. Non dimentichiamo che l’opera di Nivola è un canto inneggiante all’atavico spirito riservato dei sardi e della Sardegna: vedasi in proposito anche la sua idea di Orani, abitato immerso nel verde.
    Così non sarebbe necessario piangere a Nuoro su un nuovo atto irrispettoso, come già si piange sulla insana cancellazione totale de “sos sette fochiles”. Purtroppo spesso l’uomo tacita la propria coscienza, giustificando nuove violenze all’ambiente con quelle già avvenute.
    Ziu Titinu non ha mai voluto nell’arte la megalomania appariscente: in tutte le sue opere anche in quelle di grandi proporzioni esiste “la modestia e l’onestà, spirito essenziale dell’arte”, ora scandita con la semplicità della tecnica, vedi il graffito della facciata della chiesa della Itria in Orani, ora indicate con lo scorrere narrativo dei simboli o delle immagini, come nelle facciate decorative dei grandi edifici pubblici.
    Non posso non sentire e tanto meno, dimenticare essenzialità che lui stesso mi insegnò quando da giovane nel lontano 1963, mi incoraggiò nel mio percorso artistico presentando a Nuoro la mia prima mostra personale.
    Chiudo questa mia riflessione con un fatto personale accadutomi verso la metà degli anni sessanta. Dopo aver appena visto insieme il già citato graffito della chiesa d’Itria di Orani e dopo avermi chiesto cosa ne pensavo, un amico parroco mi palesò l’idea di voler cancellare l’opera. Cosa peraltro allora per qualche verso giustificata dal fatto che non era ancora arrivata in Sardegna la fama della autorevolezza dell’opera dell’artista all’estero, spaziante già ben oltre il campanile del nostro paese natale. Fu forse questa anche la causa del 2° posto assegnatogli a Sassari nel concorso per il monumento alla Brigata Sassari e la motivazione per cui, ristrutturando il noto locale Su Recreu a Cala Gonone, fu cancellata l’opera grafica di Nivola che abbelliva lo stesso, nelle pareti interne.
    Un po’ contrariato, un po’ scandalizzato, risposi al mio interlocutore citando lo storico intervento del Braghettone per coprire le nudità michelangiolesche nella Cappella Sistina, mettendolo in guardia dal pericolo di passare alla storia per un fatto similmente eclatante. Ci ridemmo su, continuando a percorrere la strada verso casa, ma credo che l’ironia scherzosa della mia risposta portò alla giusta soluzione di non distruggere e di non cancellare.
    Anche per l’ampliamento dell’ingresso del Man, invito a riflettere pensando a trovare, se ne esistono, soluzioni alternative vedi anche quella testè indicata, sicuro che il Man, ben gestito, continuerà a crescere vista la dinamica e lodevole verve di chi lo dirige.
    Invito infine a ricordare che l’arte non ha proprio necessità di polemiche nè di parte nè di ripicca, per cui a tal punto mi resta in mente un grosso punto interrogativo: realizzando il mega ingresso di cui si discute si rischia veramente di fare …i Braghettoni a discapito della piazza di Bustianu voluta e accettata dai nuoresi, anche se talvolta trascurata, così come ziu Titinu l’ha realizzata, oppure, così come l’odio, anche l’affetto rende un po’ cechi facendoci vedere distorte le cose?

    Gesuino Fadda

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  • Travelcast per ascoltare la città

    Pubblicato: giugno 10, 2008, 9:04pm CEST da info

    Sulla scia degli audiolibri, è stato ideato da Travelcastpiceno.it un nuovo tipo di audiobook, prettamente turistico/culturale. La provincia di Ascoli Piceno per quest’anno, infatti, ha centrato in pieno una nuova iniziativa: le audioguide. I percorsi pilota attivati sono per ora tre… continua

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  • Addio Dino Risi

    Pubblicato: giugno 7, 2008, 10:53pm CEST da info

    E’ morto oggi a Roma, all’età di 91 anni, il regista Dino Risi, uno dei maestri del cinema italiano.

    In un messaggio di cordoglio ai figli Claudio e Marco, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano parla del regista come di un “osservatore attento e disincantato dei fatti e dei comportamenti - che - ha saputo dare forma originale alla rappresentazione delle inquietudini, delle speranze e delle contraddizioni di una nazione nuova alla democrazia”.

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